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Società Storia

1941, con trenta lire e una bicicletta con i cerchioni di legno, da Caprarola a La Spezia, per arruolarmi in Marina.

Articolo del 2005

Scritto da Vittorio Lorenzoni

L’idea di arruolarmi in Marina mi venne non da un bisogno economico, né da dissapori in famiglia, né tantomeno dal miraggio di una carriera. E semmai dovessi ricercarne l’origine dovrei allora risalire ai tempi della mia prima infanzia, a quando cioè andavo via via divorando tutta la serie dei “Salgari” e dei Verne”, ai quali debbo pertanto attribuire gran parte del merito o della colpa della mia determinazione.

Il resto lo fece poi quel fascinoso richiamo che la marina ha sempre esercitato, sui giovani. E quel richiamo che comincio dapprima ad entrare nei miei sogni, prese man mano a dominare tutti i miei pensieri e finì col tramutarsi in una vera passione che divenne l’unica e grande aspirazione della mia vita!

Era come una droga penetrata nel mio sangue, la sentivo nella nostalgia con la quale ascoltavo i racconti di qualche paesano più grande da tempo marinaio e l’avvertivo soprattutto dal fanatismo con cui seguivo le azioni della nostra Marina in guerra: esse mi esaltavano e mi inorgoglivano. Era d’altronde quella l’età del “primo amore” e delle cocenti passioni ed io non ero sfuggito alla regola: la mia “cotta” l’avevo presa perla Marina!!!

PER MEZZO CENTIMETRO

Avevo poco più di sedici anni quando un manifesto di arruolamento con la figura di un marinaio e sullo sfondo una nave da guerra, mi sembrò rappresentare il felice coronamento dei miei sogni, ma eravamo in guerra e il netto rifiuto dei miei genitori mi fece attendere ancora un anno. Poi la mia insistenza, la mia ostinatezza e la mia ferma volontà li convinse che non c’era altro rimedio al mio… male. Cedettero!

Mi sembro allora tutto facile; bastava inoltrare una domanda al Distretto Militare di Viterbo ed attendere la chiamata per una visita preliminare. Il mio torace non arrivava al limite prescritto per mezzo centimetro; ma nulla sembrava perduto perché avevo un mese di tempo per ripresentarmi e avrei potuto “recuperare”.

Fu un mese di “pastasciutta” (malgrado la tessera) e di ginnastica, ma non valsero a nulla: non aumentai di quel maledetto mezzo centimetro ! Tentai allora tutte le maniere pur di riuscire: provai col corrompere il sottufficiale con la promessa di un prosciutto e cercando di bluffare gonfiando i polmoni, ma mi fu detto che ero troppo piccolo per fare il furbo.

“Non ti servirebbe a nulla mi disse tanto poi ti scarterebbero a La Spezia!

La Spezia! E se avessi tentato lassù? Certo lì tutto avrebbero potuto, ma arrivarci così, col treno, non sarebbe servito a niente. Bisognava trovare qualcosa, qualche modo che avesse fatto colpo, che avesse in modo inequivocabile fatto comprendere quanto smisurata fosse la mia passione per la Marina.

Mi venne un’idea dapprima vaga e confusa, poi prese sempre più forma e consistenza tanto che comincio a martellarmi la testa: sarei andato a La Spezia in bicicletta, all’insaputa dei miei, naturalmente; una volta lì non mi sarebbe stato difficile farmi ascoltare da qualche “pezzo grosso”. E come con facilità mille difficoltà mi si affacciavano alla mente, con altrettanta facilità venivano appannate; non conoscevo affatto la strada né tantomeno avevo idea di quanta ne dovessi percorrere. Mi bastava sapere che La Spezia era “in sù”; la distanza non aveva importanza (lo dimostra il fatto che feci il percorso più difficile, mentre più facile  sarebbe stata la litoranea tirrenica).

La bicicletta l’avevo già; era per quei tempi una buona bicicletta, senza il cambio e con i cerchioni in legno, ma per affrontare un viaggio del genere mi occorrevano alcune cose indispensabili: una borraccia per l’acqua e qualche tubolare di ricambio per eventuali forature. Risolsi questo problema con l’aiuto del vecchio Nardelli (lo Roscio) che, con la promessa di qualche sbornia, me li procurò sottraendoli ai figli. Non feci però un buon affare: puntualmente tutti i giorni sul muretto de “La Bannesotto” mi aspettava “a passetto” che andassi in cantina e mi bevve tanto di quel vino che avrei potuto comprarci una motocicletta!

Il materiale lo tenevo nascosto; non volevo che i miei “mangiassero la foglia” anche perché da un po’ di tempo mi vedevano armeggiare attorno alla bici che giorno per giorno attrezzavo, oliavo, pulivo e lo facevo quasi di soppiatto come fa il galeotto che prepara la sua evasione.

LA FUGA

Arrivo così il grande giorno! Era il mattino di un lunedì, esattamente I’ 11 agosto del 1941. Rimorsi per i miei che dormivano tranquilli, ignari di quanto stessi per attuare, un certo senso di paura di non farcela e tanti altri pensieri, non mi fecero chiudere occhio per tutta la notte. Fra l’altro la sera precedente, sperando di raddoppiare quel poco che possedevo, avevo perduto quasi tutto al biliardo con gli amici: avevo soltanto 5 lire ma sapevo di contare su qualcuno di essi.

Mi alzai di buon’ora e non mi fu difficile trovare una bugia per i miei: sarei andato a Viterbo per accompagnare un amico e sarei tornato per il pranzo. Uscii di casa e all’angolo c’era già ad attendermi Vittorio Totonelli (Spada) che sapeva tutto; lui mi avrebbe accompagnato fino a Viterbo poi sarebbe tornato col gravoso compito di dare la notizia ai miei. Mi diede tutto ciò che aveva: 15 lire! Una piccola tappa alla “Madonna dei Gigli” e con un fischio svegliammo Angelo Bruziches: anche lui svuoto le sue tasche e rimediai altre 10 lire!

Lasciai così il “borgo natìo”!!

Due ruote e un paio di pedali sui quali pigiare per chilometri e chilometri, un paio di calzoncini corti, una maglietta e cannottiera, un pezzo di pane e 30 lire era quanto portavo con me.

Ma portavo con me due tesori invisibili: una fede incrollabile e una volontà di ferro!

Dopo pochi chilometri arrivammo a Viterbo e qui giunto mi recai al Distretto dal Capo di Marina; lui aveva i miei documenti e mi sarebbero potuti servire: mi fece un sacco di domande, capì che avevo qualche idea strana e riuscì a farmi confessare tutto. Cerco di farmi desistere dal mio proposito, prima con le buone, poi minacciandomi che avrebbe mandato la “Stradale” a riprendermi se non fossi tornato a casa. E quella minaccia costituì per me un incubo per tutto il viaggio: il rombo di un motore lontano, macchina o moto che fosse, era per la mia fantasia la “Stradale” che veniva a riprendermi…!

A questo punto decisi di salutare Vittorio e proseguire; egli sarebbe invece tornato a Caprarola. Ma qui avvenne un colpo di scena; forse si sarà sentito un pò responsabile, gli sarà forse mancato il coraggio di presentarsi ai miei e non so che, lui che fino a quel momento mi aveva incoraggiato, aiutato e accompagnato fin li, cambio di colpo idea e pretendeva di non farmi proseguire e, purtroppo, il suo… fisico glielo permetteva! Dovetti giocare d’astuzia! E sì; mica poteva portarmi sulle spalle!

Doveva pur darmi la mia bicicletta e una volta in sella non mi avrebbe più ripreso: l’avevo più volte battuto nelle dispute tra amici. Feci finta di assecondarlo, di aver capito che stavo sbagliando e montammo sulle rispettive bici, pedalando affiancati verso casa. Restammo così per poco: appena fuori Porta Romana lo lasciai passare davanti e qui con uno scatto e una sterzata improvvisa lui si trovò verso la Cassia Cimina ed io verso Montefiascone. Deciso a riprendermi comincio ad inseguirmi così, chini sulle bici, pedalando come due forsennati, procedemmo per diversi chilometri, ma sentivo che non mi avrebbe più ripreso. Ogni tanto mi voltavo e notavo che il mio vantaggio andava aumentando: dieci, venti, cento, duecento metri ormai ci dividevano. Lo vidi infine desistere e riprendere la strada di casa: ci salutammo a distanza con una mano finché s’aprì alla mia vista alla prima curva. Lo rividi dopo un anno, alla mia prima licenza, prima di imbarcarmi su una torpediniera!

Poco dopo aveva inizio la dura salita di Zepponami prima di Montefiascone; era intorno a mezzogiorno e dalla radio di una delle prime case del paese mi giungeva, prima confusa, poi man mano sempre più distinta una canzone. La cantava Beniamino Gigli ed era molto in voga allora: “Mamma son tanto felice… perché ritorno da te” diceva la canzone: io invece mi allontanavo da lei senza una carezza, senza la sua benedizione!

Il mio pensiero corse allora a lei. Forse proprio in quel momento apprendeva da Vittorio il mio proposito, pensai allora alla sua disperazione, al suo pianto accorato; la conoscevo troppo bene per dubitarne. Un groppo mi salì alla gola e mi paralizzò le gambe; scesi, mi aggrappai ad un albero che fiancheggiava la strada mentre calde lacrime rigavano il mio viso. Piansi aggrappato ad esso finché un ignaro passante non mi chiese qualcosa. Risposi con le prime parole che mi vennero in mente: non avrebbe mai capito il dramma che mi stava sconvolgendo! Fui tentato allora di abbandonare, di tornare indietro; il richiamo di mia madre era come se giungesse fin lassù.

Posi allora su una ipotetica bilancia da una parte tutto l’amore che le avevo sempre portato e dall’altra la mia passione per la Marina, ma ciò che la fece pendere da una parte fu l’orgoglio: orgoglio di essere deriso da ciò che poteva sembrare un insuccesso. Decisi di ripartire!

Superato Montefiascone mi tuffai giù per la discesa che porta a Bolsena con la visione magnifica del lago. Pedalando di gran lena raggiunsi due uomini che procedevano anch’essi in bicicletta: mi affiancai a loro e chiesi se andavo bene per Siena. Questi vedendomi così piccolo, si guardarono meravigliati e mi risposero: “A maschie! La strada e questa, ma mica davvero vorrai arrivare a Siena’?”, E pensare che Siena era soltanto un terzo del percorso!

Comunque spinsi più a fondo e li lasciai ai loro commenti.

LO STRAZIO DELLE SALITE

Attraversai così Bolsena, Acquapendente, San Lorenzo Nuovo e poco oltre aveva inizio la dura, aspra salita di Radicofani, terrore allora anche di quotati ciclisti. Vedevo giù dalla valle il vecchio castello medioevale che si stagliava nel cielo come una guglia e mi sembrava quasi impossibile che si dovesse arrivare fin lassù. Eppure vi arrivai!!!

Arrancando su per quella strada bianca, polverosa e piena di tornanti, sotto l’afosa calura, pedalando fin dove potevo e procedendo a piedi ove la salita s’impennava, arrivai in cima al paese che quasi imbruniva. Mi venne allora l’idea di telefonare a casa; sì avrei telefonato ai miei per rassicurarli e avrei chiesto il loro perdono. Ma il calzolaio (?!) nella cui bottega era sistemato l’unico telefono pubblico, mi disse che era troppo tardi.

Ero stanco, ma decisi di proseguire ancora un po’, tanto era quasi tutta discesa, dopo tanta salita. Raggiunsi in breve S. Quirico d’Orcia ove trovai una vecchietta che per 5 lire, oltre a farmi dormire, mi diede una minestra ed un piatto di patate.

Mille e mille pensieri si accavallavano nel dormiveglia nella mia mente finché la stanchezza mi vinse e mi addormentai; avevo percorso nella prima giornata, malgrado le soste e le disavventure, quasi 120 km. ed avevo superato il tratto più difficile: le dure salite dei Cimini fino a Viterbo, quella di Montefiascone e quella durissima di Radicofani.

Quando mi svegliai il sole era già alto e ne fui contrariato: le ore fresche del mattino erano quelle che avrei voluto sfruttare maggiormente e riposarmi invece nelle ore di canicola di quell’agosto infuocato. In 30 km. dopo aver superato Torrenieri, Buonconvento e Monteroni raggiunsi Siena, la città che in precedenza avevo fissato come una delle pietre miliari del mio viaggio.

Qui ripensai di telefonare a casa ma quando, dopo circa un’ora, fui in linea con Caprarola, mi manco il coraggio di affrontare qualcuno dei miei: i rimproveri, le suppliche, le implorazioni avrebbero anche potuto convincermi a ritornare. Meglio non correre rischi! Pregai allora Bianchina, la telefonista, di rassicurarli lei.

Ripresi allora la marcia verso Pisa con lena perché dovevo recuperare molto tempo perduto; la lunga dormita, la sosta a Siena, con tanta, tanta strada ancora da percorrere. Faceva un caldo tremendo e la sete mi torturava. Ad ogni fontanella rinnovavo l’acqua della mia borraccia con la quale smorzavo l’arsura e mi rinfrescavo la faccia; spesso in qualche bar la riempivo di ghiaccio, ma questo mi giocò un brutto tiro.

Era il pomeriggio del martedì e mi ero lasciato dietro paesi e paesini, fra le ondulate campagne senesi e accompagnato dallo stridulo canto delle cicale i chilometri mi si sgranavano sotto i pedali come i grani di un interminabile rosario. Monteriggioni, Staggia, Poggibonsi, Certaldo, S. Miniato e Pontedera erano ormai alle mie spalle. E fu appunto nei pressi di questa ridente cittadina che un improvviso malore rischio di compromettere la mia avventura. Avevo appena finito di bere una sorsata d’acqua molto fredda, quando sentii un forte dolore allo stomaco un sudore freddo m’invase tutto il corpo e sembro che la strada mi girasse intorno. Frenai bruscamente per non cadere e mi accasciai a terra ed ebbi la forza di trascinarmi su un prato ai margini della strada. Allora ebbi veramente paura! Cosa avrei fatto? Dove sarei andato così lontano da casa e con pochissimi spiccioli? Mi addormentai dalla stanchezza e dal malore, avendo l’accortezza però di cingere con un braccio la fedele bicicletta: non so quanto tempo rimasi così ma quando mi svegliai il sole era quasi al tramonto e mi sentivo bene come se nulla fosse accaduto.

Ripresi a pedalare e dopo Cascina raggiunsi Pisa: qui avrei voluto pernottare ma i prezzi delle locande me lo sconsigliarono. Proseguii ancora finché quasi a notte, giunsi a Viareggio e qui, più o meno ove oggi sorge la rinomata “Bussola”, alcuni pescatori mi ospitarono nella loro capanna e mi diedero anche qualcosa da mangiare.

Ero stanco, molto stanco, ma soddisfatto: avevo fatto una bella galoppata che mi aveva fatto giungere quasi alla meta; malgrado le soste e il malore, avevo percorso nella seconda giornata intorno ai 230 Km., che mi avevano fatto attraversare quasi tutta la Toscana nella sua lunghezza. E, considerando la mia età, francamente non era poco!!

FINMMENTE MARINAIO

Ormai potevo anche prendermela con più comodo. La Spezia era ormai vicina e l’avrei raggiunta in mattinata. Feci perciò una bella dormita e ripartii da Viareggio fresco e riposato come se gli oltre 350 km. che i miei garretti avevano macinato fossero stati soltanto una piccola passeggiata.

Subito dopo subii la prima foratura (forse per non farmi rimpiangere il vino che i tubolari mi erano costati), ma potei ripartire in breve tempo. A Sarzana, la strada bagnata per una piccola pioggerella e la fanghiglia contribuirono a rendere il mio aspetto ancor più malandato, ma ormai la mia… “Mecca” era vicina. Lo notavo dalle pietre miliari che indicavano La Spezia e me lo confermo un camion targato RM. (Regia Marina) con dei marinai sopra.

Finalmente La Spezia! La città dorata che avevo sognato da tempo, con tante navi da guerra e mille e mille solini azzurri mi tendeva ormai le sue braccia; era lì, come per ripagare con il suo affettuoso abbraccio le mie ansie e le mie fatiche, per rinsaldare la mia fede e la mia speranza. Ed io ero meravigliato di esservi arrivato così presto, con la volontà e la passione ancora immutate, che mi avrebbero dato la forza di andare ancora oltre se ve ne fosse stato bisogno! Ma la mia piccola odissea non era ancora finita!!!

Senza perdere tempo mi recai al primo Comando di Marina che mi indicarono e mi rivolsi al corpo di guardia chiedendo di poter parlare con il “Comandante di là dentro”.

“Sai chi comanda qui”? – mi disse un giovane sottufficiale.

“No”! risposi.

“E un Ammiraglio di Squadra” – replico.

Ammiraglio di Squadra, pensai io, doveva essere qualcosa di grande, troppo grande per me. Ed immaginai questo Ammiraglio dietro un grande tavolo colmo di piani di guerra intento a dirigere grandi battaglie navali ed io un essere troppo piccolo, un lillipuziano al suo cospetto. Ripresi così la mia bici e mi recai allora presso un’altra caserma, ma anche qui mi dissero non era cosa loro. Vagai così tutta la mattinata da un Comando all’altro ma, ovunque invece di quel calore umano sul quale avevo tanto confidato, trovai soltanto incomprensione, indifferenza e spesso menefreghismo! Fui allora preso dallo sconforto! Possibile che sarei dovuto ritornare a casa senza essere ascoltato? E con che cosa sarei ritornato visto che i pochi spiccioli erano quasi finiti. Possibile che tanta strada e tanta fatica non fossero servite a nulla?

E forse non sarebbero servite a nulla se il caso imponderabile, che a volte può cambiare il corso di una vita, non mi avesse fatto imbattere, mentre rientravo al primitivo comando, in un sottufficiale che si recava in ufficio. Gli raccontai le mie peripezie, gli parlai della mia passione che mi aveva portato fin lassù e delle difficoltà che ora incontravo per farmi ascoltare. Mi ascolto, lui!

ln principio sembro non credere alle mie parole: come ero stato capace, cosi giovane a fare una cosa del genere? Ma la mia bicicletta, i miei pochi indumenti e le gambe ancora sporche di fango, erano la più eloquente conferma. Mi portò nel suo ufficio: era il Segretario Particolare del “famoso Ammiraglio”, l’Ammiraglio Guido Bacci di Capaci, Comandante Superiore del Corpo Equipaggi Marittimi. Da un piantone mi fece accompagnare in una vicina caserma perché mi rifocillassero e mi rimettessi un po’ in ordine; nel pomeriggio sarei ritornato e lui mi avrebbe fatto ricevere dall’Ammiraglio. Con il cuore che mi batteva forte forte dall’emozione fui introdotto nell’ufficio di questi. Era stato già informato ma volle sentire dalla mia viva voce il racconto di tutte le peripezie, anche le più piccole, che mi avevano portato fino a lui. Al termine si alzo dalla sua poltrona, mi venne vicino e con una pacca bonaria sulla spalla esclamò: “Bravo!” Ora sarai arruolato anche se fossi tubercoloso!!

Chiamo qualcuno al telefono e capii che era un Colonnello medico; gli disse che era venuto da lui un ragazzo con la bicicletta da vicino Roma, magrolino, ma tenace; che gli fosse passata la regolare visita medica… chiudendo un occhio per il torace.

D’altronde, disse, quel mezzo centimetro di torace è ampiamente compensato dal suo fegato e dalla sua forza di volontà!

Mi disse ancora di ricordarmi di lui per qualsiasi cosa avessi avuto bisogno in avvenire e mi congedo; non so neanche se lo ringraziai tanto ero confuso dalle sue parole e dalle vicende!

Dopo la visita medica che risultò regolare, quel.” mezzo centimetro mancava sempre, ma, in compenso… pesavo 47 chili!!!

La sera stessa ero al Deposito in mezzo a tanti altri volontari che man mano affluivano a La Spezia… col treno (beati lorol).

Mi confusi ad essi. Il mio abbigliamento li portava a guardarmi con un senso di commiserazione, ma pochi di essi seppero: soltanto qualcuno che divenne mio amico per avermi prestato il suo asciugamani!!!

E quella sera stessa dormii su una branda di tela. Ero in Marina!!!

Ma nonostante questa realtà, restava nel mio animo un profondo tormento: il tormento di un perdono dei miei che, pensavo, non sarebbe mai arrivato. Esso, invece, giunse poco dopo quand’ero a Pola e lo fu in modo tangibile perché accompagnato da un cospicuo vaglia telegrafico e da un pacco di vestiario ove, nascosto in un calzino, trovai il ritaglio del “Messaggero”.

TRENT’ANNI DOPO

A distanza di quasi trent’anni ho ripercorso… ma in macchina., molta di quella strada che feci in bicicletta. Andavo a Pisa con mia moglie ed ho voluto di proposito fare lo stesso itinerario. Mi sono inteso allora di nuovo ragazzo; ho rivisto con una stretta al cuore e una malcelata lacrima, la locanda ove dormii vicino Siena, qualche fontanella ove riempii la mia borraccia, l’albero ove piansi pensando a mia madre…!!!

Vittorio Lorenzoni

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