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Tra i nuovi Italiani

L’intervista che non c’è

Articolo del 2005

Ho letto, con dolore, che è stato commesso qualche atto di sciocca ostilità contro un locale di culto, la piccola “moschea” mussulmana di Civita Castellana ed ho subito sentito il desiderio di incontrare la piccola, pacifica comunità islamica locale.

Nel mio piccolo, volevo manifestar loro il mio rincrescimento e, come italiano, scusarmi per la barbarie e l’ignoranza di alcuni nostri connazionali.

Nella piccola moschea sono stato accolto come un fratello: Salam Aleicum! ( non so se ho trascritto bene ma è l’equivalente dell’ ebraico Shalom! o del nostro Pace e Bene! ) il saluto intercorso con subitaneo affetto tra di noi.

Sono ambulanti, ” vu cumprà  piccoli commercianti al massimo, sradicali dalle loro terre e calati in un paese nel quale, al massimo, riescono a dire solo poche frasi essenziali.

Non ho potuto avere l’intervista sociologica che cercavo perché, non parlando nessuno correntemente l’italiano, nessuno si è sentito di divenire mio interlocutore a nome della piccola comunità.

Come tutti sanno, in sintesi, l’Islam impone solo due cose: la preghiera e l’elemosina cioè l’aiuto reciproco. Particolarmente verso i bisognosi (il presto senza interessi) e da un punto di vista sociologico, si deve, onestamente riconoscere che è una dottrina molto avanzata.

L’Islam non nasce anticristiano: pochi sanno che il profeta Muhàmmad (Maometto) proteggeva i Cristiani ed impose ai suoi seguaci di aiutarli ad edificare le loro chiese; concesse loro, inoltre, altri privilegi: poiché la nuova fede gli aveva suscitato contro molti nemici e costretto a sostenere continue guerre, ciononostante esonerò i Cristiani dall’obbligo di combattere: affrontare il nemico comune , per i Cristiani, doveva essere una libera scelta.

Unico onere imposto ai Cristiani non belligeranti, in caso di guerra, era di contribuire alle spese per l’esercito che difendeva le loro vite, le loro donne, le loro proprietà, la loro libertà.

Ma torniamo alla nostra piccola, pacifica comunità civitonica che si riunisce nella piccola moschea: che cosa rappresenta questo luogo per loro? E’ certamente la loro casa spirituale, la base della loro cultura, la possibilità di esprimersi e di essere compresi nel loro linguaggio natio, nelle loro usanze e tradizioni, nella possibilità di scaricare le tensioni accumulate in una vita così difficile e faticosa nell’abbraccio corale con quell’Allah costantemente proclamato nel Corano come il Clemente e il Misericordioso.

Nel vederli in preghiera, inginocchiati verso la Mecca, mi sono commosso.

Auguri, fratelli, Salam Aleicum!

Giacomo De Santis

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