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Storia

1943 – RICORDI

Sperando di far cosa gradita, pubblico questo mio scritto, documento storico di una triste epoca, di cui, credo di essere, uno dei pochi testimoni ancora in vita.

Roma, 1943 – Dalla finestra dell’appartamento dei nonni, al piazzale Prenestino, vedevo spesso passare plotoni di soldati inquadrati, marcianti verso il ponte sulla ferrovia e a me, bambino, sembrava una cosa allegra ma… il 19 luglio suonò l’allarme: mio padre, (che per una deformazione della colonna vertebrale era stato esonerato dal servizio militare), per un improvviso presentimento, chiuse subito il negozio di scarpe che avevamo in via Macerata e cominciò a correre verso la casa dei genitori, tra la derisione degli altri commercianti a cui sembrava impossibile un bombardamento, poiché tutti i precedenti segnali d’allarme si erano risolti senza conseguenze.

Ma quel giorno il bombardamento ci fu davvero e, quando mio padre arrivò, mi prese in braccio e cominciò a scendere di corsa le scale, mentre queste tremavano terribilmente per le esplosioni e, per questo, dovemmo, infine, scenderle a pecoroni.

Mia nonna, che ci aveva seguiti, scese in cantina, dove erano altre donne che urlavano per la paura.Sul retro del palazzo c’era una porta senza infissi che dava su un piccolo terreno condominiale incolto, chiuso sulla strada da un cancello di ferro.Sempre tenendomi in braccio, mio padre si era appostato presso il muro maestro di questa uscita posteriore e, da lì, sbirciava fuori per cercar di capire cosa fosse meglio fare; ad un tratto, facemmo appena in tempo a ritrarre le nostre teste dall’apertura perché una vicina esplosione, aveva scardinato il cancello che venne proiettato innanzi a noi contro la rete dell’ascensore.

Verso le 11,30 il bombardamento, infine, finì e… la facciata del palazzo era rimasta pressoché intatta ma, dietro la facciata, erano solo rovine; sul lato dell’isolato, verso la ferrovia, la farmacia del dottor Poce era in fiamme; verso mezzogiorno arrivarono i pompieri che, però, poterono fare ben poco, perché privi di acqua, essendo l’acquedotto danneggiato.

La casa dei nonni non c’era più; dovemmo tutti avviarci a piedi verso la nostra casa a Centocelle; a piedi perché la tranvia per Centocelle era distrutta e i binari si ergevano, arcuati come delle enormi lettere u.

La camminata fu di circa otto chilometri ma, infine, raggiungemmo la nostra abitazione dove cercammo di organizzarci; la sera, mentre stavamo cenando con le poche patate lesse che eravamo riusciti a procurarci, suonò di nuovo l’allarme aereo; non accadde nulla, per fortuna, ma questo ci fece riflettere su quanto potesse essere pericoloso abitare in una zona molto vicina ad un aeroporto militare, come quello di Centocelle, probabile bersaglio di un futuro bombardamento.

Sfollati

Per affrontare le ristrettezze alimentari a cui si era costretti in tempo di guerra, quando, ad esempio, la tessera annonaria permetteva l’acquisto giornaliero di soli cento grammi di pane a persona e, per racimolare qualche companatico, si doveva ricorrere spesso alla borsa nera, che prosperava con prezzi molto elevati, mia madre si era trasferita, con i miei fratelli più piccoli, a Ferentino, dove dei suoi parenti coltivavano diversi terreni agricoli che permettevano di ottenere un’alimentazione migliore dell’ordinario.

In questa situazione ci sembrò logico raggiungerla e lo facemmo in treno, mezzo comodo anche perché l’appartamento che aveva affittato era vicino la stazione.

Giungemmo a sera inoltrata ma, quando scesi dal treno, sentivo la voce di mia madre ma non la vedevo perché i miei occhi, per il bombardamento, si erano riempiti di calcinacci, dai quali riuscii a liberarmi solo con continui lavaggi, fatti per diversi giorni.

La situazione sembrava tranquilla ma, ad un certo punto, le cose cambiarono: per la stazione cominciarono a transitare e a sostare carri merci scoperti carichi non so se di proiettili o di bombe alti più di me, diretti verso Cassino o Napoli. La cosa certa era che un bombardamento su quei materiali avrebbe causato una deflagrazione enorme che avrebbe sicuramente coinvolta e distrutta una vasta zona circostante…e, tutte le sere, un ricognitore nemico ci sorvolava, facendo tuonare la contraerea tedesca che sparava da Frosinone. Alla stazione cominciarono anche ad arrivare, da Sud, treni composti da carri merci, chiusi, pieni di prigionieri napoletani. I carri rimanevano in sosta, sotto il sole estivo, anche per più di un giorno, riscaldandosi molto.

In questa situazione mia madre ed alcune sue amiche si erano attivate per cercare di aiutare i miseri deportati anche se i soldati tedeschi permettevano solo ai bambini, come mia sorella, di dissetarli con un mestolino, attraverso una grata posta nella parte inferiore del carro.

Vista la situazione, i nostri genitori decisero di tornare a Roma, così, una mattina, mio padre si diresse, a piedi, verso il paese, che distava quattro chilometri, per far autorizzare dal locale comando tedesco, il nostro rientro.

Tornò con il permesso la sera stessa ma… una delle donne che, con mia madre, cercavano, di nascosto, di aiutare, per quanto possibile, i prigionieri arrivò di corsa per dirci di fuggire immediatamente perché i tedeschi stavano arrestando tutte le appartenenti al loro gruppo.

Eravamo già sulle scale, pronti alla fuga, quando arrivò la pattuglia tedesca… ci salvò la padrona di casa, che accolse i tedeschi fingendosi contenta del loro arrivo e li invitò nella sua cantina “ per far assaggiare loro il suo vino e i suoi prosciutti ”. In quei momenti di ristrettezze alimentari i tedeschi accettarono l’invito molto volentieri e noi, via, di corsa, al buio, verso il paese, camminando, uno dietro l’altro nella cunetta, fra l’erba alta, sperando di non essere notati.

Giunti in paese, dormimmo in casa della comare Mena ed il mattino seguente scendemmo sulla via Casilina, che allora passava in paese, e dove, davanti alla chiesa di sant’Agata, c’era un posto di blocco tedesco che controllava l’intenso traffico di camion militari. Mio padre mostrò all’ufficiale comandante del posto il permesso del comando tedesco per il nostro ritorno a Roma e questo ci disse di aspettare; dopo qualche tempo l’ufficiale ci richiamò e ci fece salire su un camion militare diretto a Roma: mia madre con mio fratello lattante furono fatti salire in cabina con gli autisti e noi dietro, nel cassone coperto, pieno di pecore, che a me, che ero vissuto sempre in città, facevano anche un po paura.

Il camion partì e cominciò il nostro viaggio che, però, ad un certo punto, fu interrotto: ci sorpassò un’automobile su cui viaggiava un colonnello tedesco; questi, voltandosi, vide mia madre, che stava allattando mio fratello, in cabina, insieme agli autisti: allora la sua macchina si mise di traverso, bloccando la strada che allora era molto più stretta di oggi. Il camion dovette fermarsi ed il colonnello, furente, affrontò gli autisti che, però, gli spiegarono che stavano obbedendo ad un ordine; il colonnello, allora, venne sul retro e apostrofò a gran voce mio padre chiedendo: “ Papir… papir !” Dapprima mio padre non riusciva a capire che cosa volesse; poi, gli venne il sospetto che volesse il permesso del comando tedesco, quindi glielo porse; il colonnello lo lesse, lo restituì e, fattoci un bel saluto militare, ripartì. I due autisti furono molto gentili e ci accompagnarono sino al portone di casa aiutandoci a scendere e a scaricare le poche cose che avevamo con noi e mio padre, per dimostrare la nostra gratitudine, si affrettò alla fiaschetteria del compare Giggetto, che era di fronte al nostro portone, per consegnare loro un fiasco di vino che accettarono contenti.

La grotta

Per paura di bombardamenti, gli abitanti di Centocelle, nella nostra zona, di giorno si radunavano stabilmente in una grotta, che era in via Tor de Schiavi, all’altezza di via dei Faggi, grotta su cui si estendeva un vastissimo prato, inimmaginabile bersaglio per dei bombardieri.

Sul largo spiazzo antistante la grotta, essendo le scuole chiuse, noi bambini giocavamo tranquillamente, mentre, quando presenti, gli uomini giocavano anche loro a “ piastrelle ”: tracciavano una linea sul terreno e, da una certa distanza, lanciavano verso questa dei pezzi di mattonelle da pavimento; vincitore risultava chi mandava la sua mattonella più vicina o sopra la linea.

Un giorno, non so per quale malattia, eravamo rimasti tutti in casa per una febbre alta; suonò l’allarme: mio padre voleva che corressimo alla grotta ma mia madre oppose un deciso rifiuto facendo presente come, in un momento in cui non era disponibile nessun medicinale, ( mia nonna, diabetica, era morta per mancanza d’insulina ) l’ambiente di una grotta non fosse davvero raccomandabile per noi.

Il bombardamento cominciò e noi, con altri inquilini, ci radunammo in cantina aspettando che terminasse, con le orecchie tese, attente a sentire i “ fischi ” che facevano le bombe cadendo, per cercare di capire se sarebbero esplose vicino o lontano da noi.

Ad un tratto arrivò correndo un ragazzo che gridava “La grotta, …hanno bombardato la grotta!!!”Non so il perché di quel bombardamento: si disse che un aereo colpito, precipitando, non volle sganciare le sue bombe sull’abitato e lo fece sul prato della grotta, ( a parer mio il bombardiere aveva scambiato il prato per l’aeroporto ); queste le ipotesi, ma non sono in grado di stabilire quella vera, ma, ricordo, che girava la verosimile notizia di oltre trecento morti.

Sia benedetta la malattia!

L’orco

Durante il primo bombardamento di Roma il nostro negozio si era salvato ma non il cinema che gli era accanto, con la conseguenza che, in nove mesi, subimmo tre furti: dalle rovine del cinema i malviventi sfondavano il tramezzo che chiudeva la parte posteriore del negozio e facevano man bassa di tutto, costringendoci ad assumere, per un breve periodo di tempo, un guardiano notturno che dormisse nel negozio stesso.

Ma la situazione precipitò: per timore di altri bombardamenti, una gran parte delle nostre scarpe erano state trasportate a Ferentino dove, purtroppo, risultarono irrecuperabili; ci trovammo, quindi, con tutto il nostro capitale, che era costituito da diverse centinaia di paia di scarpe, tutte cucite a mano, con suole di vero cuoio e tomaie di vera pelle di vitello o di camoscio, volatilizzato.

Finita la guerra tentammo la riapertura dell’attività con il credito concessoci dai nostri fornitori ma, ci piovve addosso un problema imprevisto: nelle circostanze in cui c’eravamo trovati, mio padre non aveva denunciato la chiusura del negozio nel periodo in cui eravamo stati sfollati e la conseguenza fu che, improvvisamente, ricevemmo, dal fisco, richieste di pagamento, per cifre incredibilmente elevate, per “…profitti di guerra ”!!!Si tentò invano, per mesi, di convincere i funzionari del fisco di quanto le loro richieste fossero assurde e del fatto che noi non eravamo assolutamente in grado di soddisfarle; il risultato fu che l’orco fisco ci sequestrò tutti i mobili di casa, lasciandoci solo un letto ed una sedia a persona e senza lavoro. Inoltre per moltissimi anni fummo perseguitati, sia mio padre, invalido, sia chi di noi lo ospitasse, assumendosi, perciò, il rischio altri sequestri.

Il calvario che iniziò per la nostra famiglia non è qui riportato: questo documento è stato redatto con l’intento di lasciare una testimonianza storica di situazioni reali sottovalutate.

Per queste ragioni di testimonianza storica degli eventi, aggiungo soltanto poche parole per illustrare le condizioni di vita in quello sciagurato periodo: in tempo di guerra tutto era razionato: ogni persona riceveva una “ tessera annonaria “ che dava diritto a cento grammi giornalieri di pane ( che, con le bilance mal tarate dei fornai, divenivano spesso più scarsi, facendo arricchire, improvvisamente, quasi tutti questi operatori ) e tutta una una serie di generi alimentari e di abbigliamento, razionati in quantità esigue: noi ad esempio quando in negozio vendevamo un paio di scarpe, dovevamo staccare, dalla tessera dell’acquirente un bollino che, insieme agli altri, periodicamente, dovevamo inviare, incollati su una scheda, all’ufficio dell’annona ( e non si trovava neanche la colla, che si era costretti a fare in casa con… la farina! ).Le razioni alimentari consentite erano veramente magre e la fame era tanta: so, per certo, che in diverse famiglie si è mangiata carne di cane e che le colonie dei famosi gatti romani che stazionavano stabilmente in luoghi, come piazza Vittorio o largo Argentina, erano scomparse: una diffusa diceria del tempo sussurrava che, in alcune trattorie, venisse servita carne di gatto, spacciata per carne di lepre.

D’altra parte se il cibo per gli uomini scarseggiava, chi avrebbe potuto nutrire gli animali?

In quell’epoca di fame, anche in casa nostra, alcuni amici di mio padre sgozzarono una povera pecora, appesa per le zampe posteriori agli stipiti della porta del nostro bagno. Sempre per memoria storica mi sembra utile ricordare che: per partecipare alla guerra, con lo slogan “ Date oro alla patria! “ tutti i coniugi italiani erano stati costretti a consegnare allo stato le loro fedi nuziali; e pensare che, poi, tutto l’oro della Banca d’Italia, che ammontava a diverse tonnellate, scomparve nelle mani di quei banditi, che qualcuno si ostina ancora a chiamare partigiani, che ammazzarono, senza processo, Mussolini, ( perché questi quasi certamente li conosceva,) e l’innocente Claretta Petacci, esponendoli poi nudi, appesi per i piedi, a Milano, in piazzale Loreto. L’oro non fu più ritrovato, ma non riesco a credere che coloro che installarono il macabro, riprovevole, spettacolo non conoscessero chi se ne fosse appropriato. Però, la politica del tempo, si mobilitò perché calasse l’oblio su questi particolari. Un’ ultima annotazione: già al tempo della raccolta dell’oro, la fiducia nel buon esito della guerra era molto scemata, nel constatare l’improvvisa sparizione di tutte le cancellate di ferro dai parchi pubblici; il ferro fu prelevato perché necessario a costruire armi, ma fu anche un evidente segnale della nostra impreparazione bellica.

Giacomo 2019

Chiedo scusa ai gentili lettori per qualche possibile inesattezza nel mio racconto, ma prego di tener presente che i miei ricordi risalgono a quando avevo solo cinque anni.

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